Senza Filtro A.I.P.M

 “Dicette 'a pappice avvicino 'a noce: "Damme tiempo ca te spertoso"”
 “Said the bug to the nut: "Give me more time and I'll pierce you"”

Una testimonianza anonima

Che esperienza di comunità hai avuto?
– Ne ho avute due, diverse tra loro. Un primo tentativo lo feci con SCIENTOLOGY, alla NARCONON, dove sono rimasto per quattro mesi, poi, dopo qualche tempo sono stato in una comunità del CE.I.S. (Centro Italiano di Solidarietà) dove il percorso da me svolto è durato poco più di tre anni.

Puoi spiegarci brevemente in che modo lavorano alla NARCONON?
– La NARCONON, essendo legata ad una setta (SCIENTOLOGY), è esclusa da qualsiasi tipo di sovvenzionamento pubblico. La permanenza prevede il pagamento di una retta. L’ingresso è preceduto da un colloquio teso a verificare il passato del soggetto. L’organizzazione delle sedute terapeutiche consta essenzialmente in esercizi di rafforzamento psicologico (Una sorta di “superomismo” : “Puoi fare tutto, basta crederci…”) basati su testi di SCIENTOLOGY. Il periodo di cura va dai tre ai sei mesi, dopo di cui ti si chiede di entrare come adepto. Io ho preferito andarmene, è stata un’esperienza negativa.

E per quanto riguarda il CE.I.S.?
– Il CE.I.S. è legato agli ambienti cattolici e funziona più o meno come gli altri centri di accoglienza. Sono previste tre fasi. La prima, detta di “precomunità”, tende a verificare la reale intenzione del “tossico” a sganciarsi da quel mondo. Questa fase di preparazione ha la durata di alcuni mesi. Successivamente si passa alla vera e propria comunità, in cui oltre al convivere con altre persone che hanno il tuo stesso problema, si cerca con esse e con l’aiuto di operatori qualificati di intraprendere un discorso di reinserimento in società. Fondamentale è l’abitudine al lavoro, ma essenziali sono gli incontri di gruppo: uno giornaliero di preparazione alla giornata, tenuto di mattina, prima dei lavori; l’altro, basato su gruppi più ristretti, che tende ad affrontare tematiche più personali (una sorta di terapia di gruppo), a giorni alterni.

Con il passare del tempo i propri incarichi all’interno vanno sempre più verso responsabilità maggiori, quali possono essere l’affiancare gli operatori o contribuire alla gestione dei lavori. Questo tipo di vita comunitaria in senso stretto ha la durata di almeno 15 mesi. Infine c’è la fase del reinserimento graduale nella società, prima con incarichi di lavoro esterni, con rientro serale e con sedute di gruppo man mano più sporadiche, poi con una completa autonomia e con saltuari contatti con operatori comunitari presenti nella propria città.

Le comunità così strutturate servono?
– Certamente, ma ciò non toglie che si possano studiare cammini diversi ed alternativi, perché in comunità non si entra, come molti credono, per smettere di “farsi”, ma semplicemente per riacquistare quei rapporti umani che l’eroina ti ha tolto. Necessaria inoltre è una distinzione fra lo scegliere di entrare in comunità e l’obbligo (sia familiare che istituzionale) a farlo, perchè è la volontà di un ragazzo, forse, la cura e non “una cura” come può esserlo la comunità.