Senza Filtro A.I.P.M

 “Mentre 'o miereco sturéa 'o malato se ne more”
 “While the doctor studies, the sick man dies”

Iri e il regno del silenzio

Una notte al mattino si riflesse.
Lo specchio cantava, inorridito, il volto di Iri: gonfiore accerchiava i suoi occhi e controllo si imponeva per i suoi ricordi. Triste era l’immagine, nonché inaspettata. Cupo e rimbombante si prestava il battito, quasi volesse far sentire sfacciatamente la sua presenza. Lunghi erano i capelli, e belli e lucenti lasciavano attraversarsi dalle solite setole; malinconia intonavano, rabbia e schiamazzi.

Poi, mani dipinte, la verità falsata vide, ma nessun commento si udì. Nella stanza regnava il silenzio, ma dei sudditi nessuna traccia.
Di colpo uscì fuori.
Si sdraiò sull’erba del suo umido giardino. E la mano, inavvertitamente, scivolò tra i ricordi; tra le sue dita apparve la pergamena su cui, in altre vite, aveva immortalato scene già viste.
Con animo piangente, prese a leggerla:
“Addio mie vecchie verità!
Con pennelli di ghiaccio dipingetemi
così che io possa divenire
una statua di fuoco.
Con tenaglie, a rose intrecciate,
stringetemi il capo
così che io possa accostarmi al ferro.
Con rhum e gin accarezzate le mie palpebre
così che io possa, disinvolta, alzarle.
Perché la “diversità continua” è stata posta alle vostre fondamenta.”
E allora Iri, terrorizzata come solo lei poteva esserlo, immaginò flagelli, deserte solitudini, bambini strappati, volti segnati, corpi piangenti, capelli rasi.
Magicamente fu assopita dall’eterna bambina, dai nostalgici odori d’erba, dalle vissute risate, dal fruscio degli alberi impauriti, dalle allegre passeggiate, dalle bruciature alle ginocchia, dagli scontri contro il muro. Il silenzio intanto continuava a regnare.
D’un tratto un sasso su una rupe si impose alla sua vista. Era fermo là che aspettava di essere rimosso; molle era il terreno che lo sorreggeva, e per di più Iri rifiutava il precipizio fatale.
“Mano raccoglilo!”
“Piede scalcialo!”
Gesti semplici il silenzio, ora urlante, le suggeriva.

Da quel mattino, diverse lune si susseguirono; ognuna di queste instancabilmente gettava luce sui banchetti dei discordanti neosudditi. Erano sempliciotti che, mascherati da sogni, scuotevano le bianche lenzuola della fanciulla.
Una notte il regnante, con la pacatezza che gli è propria, li ammonì:
“Pronunciate verità dimenticando che il domani vi aspetta.
Rincorrete capricciosamente delle scelte sapendo che scelta può chi scelta non ha.
Vi affaticate a costruire argini consapevoli che nessuno di questi varrà a proteggervi dalle acque del torrente che è in voi.”
Iri confusa dall’eco del silenzio, per qualche tempo lo mise a tacere, finché all’imbrunire di un giovedì piovoso s’incamminò verso quella rupe.
Dopo vani giorni di ricerca trovò il sasso.
Senza indugio alcuno lo raccolse, lo immerse nel suo torrente, e con umano timore rincorse le sue acque.
Passarono cinquant’anni da quella notte-appena-notte. Nel frattempo Iri, la bella Iri, si era trasferita al sud, in un borgo antico vicino al mare, dove tutto si perde e tutto ritorna.
Era giunto il momento.
Iri stava per ritirare l’ancora. Con sé avrebbe portato scialuppe bagnate, in coperta tanti giorni a ritroso. Ecco, la bandiera fu innalzata dritta in cielo, quasi volesse spaccarlo.
Ora solo il silenzio poteva gettare luce perché solo ombre di quiete potevano avanzare sul triangolo del suo insieme. Le acque del mare si dividevano man mano che “luce” aumentava mentre le piramidi retrostanti schivavano l’attenzione dei raggi, come schiave che ostentano padronanza. Iri temeva il sole dritto in cielo, quando a nulla sarebbero valse le sontuose e sanguinose costruzioni. All’alba, su un isolotto, avrebbe piantato una palma di nuovi odori, se questo sarebbe valso a confonderla tra gli scogli.
All’indomani, un pescatore del villaggio alla notizia accorse e prostrato fissava il mare riflesso nel cielo; ma ormai era tardi.
Di Iri si era persa ogni traccia. Era di venerdì, un giorno senza sole, senza luna, né rugiada alcuna.