Senza Filtro A.I.P.M

 “Attacca 'o ciuccio addò vo 'o padrone”
 “Fasten the donkey where wants his owner”

L’angolo del critico

E’ uno sprazzo, quasi uno spruzzo di stabile incompletezza subliminale.
La voce sincopata di Albarelli poeta non si confonde. Effonde. Segno di un’irruzione vitalista e consapevole nel significato primo e immediato della realtà, dagli oscuri motivi di un pensiero diffuso, piuttosto che la conferma di un punto sfuggente che aleggia e incombe sullo spirito della grazia.
Albarelli è un poeta verticale e questa è certamente una via. Non simbolo di un sintomo, ma di una più indefinibile via di fuga (verso chi, o piuttosto, da chi?).
Poesia verticale, si diceva, espressione di un modo residuale di porsi conseguentemente ad un ontologismo che certamente sfugge ad ogni tentativo di cosciente ermeneuticità. Le parole restano e sono completamete ingabbiate.
Albarelli è il tentativo di liberarle; la poesia, l’illuminazione verticalista indica un varco, un passaggio, uno spostamento. E dunque un simbolico smarrirsi e ritrovarsi. Il coraggio allora è tutto nell’attraversare.
Proprio quando il poeta comincia a irrompere.

***

Dovrei dare un giudizio critico sul racconto di Jasmine, però….
Qual è il ruolo del critico d’arte oggi? E domani? E nell’Europa unita? E dopo cena, con gli amici, durante un pokerino? Come porsi dinnanzi all’opera ed interpretarla senza violentare l’artista, il fruitore e l’opera stessa? Come porsi dietro all’opera d’arte senza etc. etc.? Come porsi a destra dell’opera, o a sinistra? Come porsi sotto all’opera, soprattutto se l’opera è una statua di marmo di tre tonnellate? Come impostare un discorso critico senza imporre la propria visione estetica? Come fare un discorso estetico senza lasciarsi trasportare dalla propria sensibilità, o insensibilità, critica? Come fare ad uscire con un’estetista? Come essere sensibili senza perdere la propria obbiettività? Come essere obbiettivi senza calpestare la sensibilità dell’autore? Come essere autore e, nello stesso tempo non esserlo? Come essere un’opera e sopportare il peso delle letture critiche? Come essere una lettura critica ed accettare, nello stesso tempo, la funzione estetica dell’opera? Come definire la funzione estetica dell’ opera di fronte al dualismo significato-significante? Come può l’opera essere significativa e tuttavia non essere esprimibile in altri termini senza che il piano del significante e quello del significato vengano compromessi irrimediabilmente? Come dire quello che si vuole dire quando non si sa bene cosa si vuole dire, e tuttavia si direbbe che dirlo sia più semplice che non dirlo, poichè dire è l’atto che compie chi dice, mentre non dirlo è il non atto di chi non dice (e detta così la cosa è una di quelle cose che chiaramente non dicono niente, ma danno da pensare), come dire quello che non si sa, dicevo, ma non si sa se si deve o non si sa se non si deve?

Non lo so.