Senza Filtro A.I.P.M

 “Jammo carichi a vacante”
 “We go full of emptyness”

Una “botta di ottimismo”

“Come va?”
Molti anni fa: ” Giulio Cesare morto, Napoleone è morto, e nemmeno io mi sento molto bene.”
Anni ’70,(anni duri): “Dio è morto… passami il detonatore, per favore… Quanto a me, nella misura in cui… attento alla nitroglic….”
Anni ’80, (l’era della cecità): ” Reagan è il presidente degli Stati Uniti, la cosa mi rassicura moltissimo.”
Anni ’90, (?): “Versace è morto, Lady D è morta, ed io sono ancora vivo. Che ci sia un senso, dopotutto?”

E’ iniziato il 1998 e la situazione è critica: si parla del 2000 con attesa ed ottimismo, come se il solo fatto che cambieranno le cifre sul calendario possa salvarci dal baratro verso cui noi stessi stiamo tanto spensieratamente correndo. Il cinema e la letteratura ormai da un ventennio ci parlano di un futuro cupo, disperato, decadente, ma nella realtà ci avviamo all’appuntamento epocale con la stessa idiota gaiezza di chi crede alla buona fortuna promessa dagli oroscopi dei quotidiani. Chi annuncia sventure viene liquidato come un buontempone che gioca a fare il Bastian contrario, o come uno fissato per il Medio Evo e il “mille e non più mille”: gente da non prendere sul serio.
Siamo onesti: tutti noi sappiamo benissimo che il primo gennaio del 2000 sarà semplicemente un altro giorno. Del resto sappiamo pure che il buon Dionigi ha sbagliato i conti e che il secondo millennio dalla nascita di Cristo è già finito. Perciò siamo o non siamo un branco di mentecatti a parlare del 2000 con tanta isterica trepidazione?
Inoltre, incapaci di aprire i nostri occhi miopi sul mondo che ci circonda, ci autosomministriamo sonniferi e bugie sul futuro. Intanto diventiamo Virtuali, Multimediali, Multietnici, siamo politicamente corretti, e correttamente stronzi: se potessimo vederci dal di fuori, scopriremmo una massa di idioti che si scambiano sorrisetti ipocriti. E siamo totalmente travolti da mezzi d’informazione che non fanno altro che raccontare se stessi. Dite di no? Riflettete.

L’abbiamo pensato tutti: quando il rapinatore ha preso in ostaggio il personale della banca, tutti (credo anche gli ostaggi) hanno pensato allo spot delle Pagine Gialle. Non è casuale, e non è affatto un segnale da sottovalutare. E’ invece il sintomo di come rappresentazione e realtà siano ormai confuse ed indistinguibili. Ricordate i film della serie “Airport”? Quelle pellicole su quegli aerei sfigatissimi, a cui accadeva praticamente di tutto (tranne, mi pare, l’esplosione dei seni al silicone). In seguito vennero i film della serie “L’aereo più pazzo del mondo”. Il passaggio è chiaro: dalla rappresentazione della realtà, con l’intento di renderne tutta la drammaticità (cadendo spesso nel ridicolo), alla rappresentazione volontariamente comica del modo in cui la realtà viene rappresentata. Il gioco è divertente, e, in piccole dosi, utile: permette di cogliere il meccanismo che si cela dietro alla narrazione del reale, di leggere il racconto con maggiore consapevolezza degli artifici usati dal narratore. Ciò non solo nell’opera d’arte, vera o pretesa, ma anche nella cronaca. Il problema è che, del gioco si è abusato, al punto da farlo diventare la norma: così accade che sia la cronaca a rincorrere la parodia di sé stessa, e che, ancora peggio, la realtà faccia di tutto per assomigliare alla propria immagine distorta. Così vediamo fatti come quelli di Milano.

C’è il rapinatore che si comporta come il protagonista dello spot, non parendogli vero di essere passato dalla inesistenza della realtà alla esistenza della rappresentazione. C’è il cane della Polizia, che diventa famoso, non perché ha fatto ciò per cui è stato addestrato, ma perché c’è in un telefilm un cane della Polizia che finge di fare le stesse cose. E, credo, perché in genere le cose vanno così, il cane “icona”, guadagna di più (magari mangia meglio, che ne so?) del cane “reale”. Se non ci fossero stati Lassie, e tutti gli altri cani iperintelligenti della TV, il povero cane, quello vero, non lo avrebbe “calcolato” nessuno. Il teatrino non è finito, perché un popolo che produce un giullare in grado di vincere il Nobel, non può non avere in Parlamento, attori di uguale vis comica. E così si sono messi a dire che il rapinatore è stato maltrattato. Del resto non era armato di pistola e bomba a mano, non ha sequestrato delle persone e, “fatto di cocaina e paraflù”, non ha sparato agli agenti che hanno fatto irruzione. E, soprattutto, non si è comportato in maniera totalmente imbecille, impersonando un’immagine della TV. Si parla del carcere, del fatto che bisognerebbe evitare di abusarne: giustissimo. Ma, signori della Corte, l’idiozia è contagiosa, non credete che certi soggetti andrebbero rinchiusi, gettando in mare la chiave? Se non altro, vorrei dire, per salvaguardare i nostri bambini: che esempio gli stiamo dando? Già, che cosa pensano di noi i bambini? E un’altra di quelle domande a cui non si sfugge in questi tempi ipocriti.

La risposta è facile: se hanno preso dai propri genitori, è molto improbabile che pensino. Si accontenteranno di indossare un’opinione qualunque, gentilmente fornita da qualcun altro. A costui delegheranno il compito di riordinare il nulla che … che cosa fa il nulla? Si aggira? Risiede? Nulleggia? Boh… il nulla che fa quello che fa (problemi suoi, del nulla, intendo) nella loro testa, generando l’illusione di una capacità di pensiero. Questo valzer di opinioni precotte va in onda a tutte le ore su tutti i canali, e inchiostra le pagine di tutti i giornali. E gli arguti e pungenti anchormen sono i sensali di questo mercatino delle pulci, al tempo stesso ruffiani e meretrici (Forse è questo che significa “essere imprenditori di se stessi”). Dunque…

“Che cosa ti aspetti per il futuro?” “Spero ardentemente nell’Apocalisse.” Esagero? Nel film Strange Days un personaggio dice, pressappoco (si parla del capodanno del 2000): “Il mondo finirà perché è stato già fatto tutto”. Io la penso allo stesso modo: il mondo dovrebbe finire perché stiamo raschiando il fondo del barile. Torniamo al gioco dell’inizio. Una volta si diceva: “Sono sempre i migliori che se ne vanno”. Ora sarebbe un’affermazione inesatta. Al giorno d’oggi, chissà, forse i migliori scarseggiano, se ne stanno andando i mediocri. Restiamo noialtri. Non è meglio l’Apocalisse?