Senza Filtro A.I.P.M

 “Dicette 'a pappice avvicino 'a noce: "Damme tiempo ca te spertoso"”
 “Said the bug to the nut: "Give me more time and I'll pierce you"”

Al Centro del discorso

I centri sociali sono visti in modo molto riduttivo. O si pensa a quelli “occupati”, e ci si accontenta di immaginare dei terroristi che si dividono tra crimine e festini a base di droga e sesso (ma se poi andiamo a vedere, questi festini li fanno proprio quegli esponenti della borghesia medio-alta, così pronti al “crucifige”; ricordate, anche ad Avellino qualche anno fa ci fu uno scandalo di questo tipo?), o si pensa che si tratti di un nome pomposo per chiamare il solito circolo dove si beve il bicchiere di vino e si gioca a scopone.

E si risolve la questione con un’alzata di spalle, o aggiungendo i propri agli altrui luoghi comuni. “Si sa, i giovani non hanno voglia di fare niente, basta che portino i capelli lunghi, ma dove andremo a finire.” “Non esistono più le mezze stagioni.”
Invece, inteso nella giusta maniera, un centro sociale è un luogo di grande ricchezza per la collettività.
Un centro sociale è un crocevia di idee. Un posto dove confrontare le nostre convinzioni: non si tratta di vedere chi ha torto o chi ha ragione, quale sia il partito, il calciatore, l’ideologia o l’attrice migliore del mondo. E’ un posto dove conoscere gente nuova. Oppure incontrare le persone che conosciamo da una vita, ma di cui, a ben vedere, sappiamo poco o nulla. Ed un centro sociale è un posto dove assumersi delle responsabilità. Dove non ci sono genitori, insegnanti, sergenti, o quant’altro, che diano ordini. E forse questo è il lato più difficile di un’esperienza di questo tipo.

Prendere ordini è facile, permette di non pensare, e di avere qualcuno a cui attribuire la responsabilità dei nostri fallimenti. L’intera società appare strutturata in modo da attribuire il potere di decidere ad un gruppo ristretto di persone. Obbedire sempre, discutere mai. Così la gente è sempre meno capace di agire di testa sua. Aspetta che sia qualcun altro a dire cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa fare e cosa non fare. L’ho detto prima: è molto più facile. Ma in questo modo non si va da nessuna parte, e si diventa schiavi della propria incapacità di scegliere.
In “The tragedy of Julius Caesar” del 1599, Shakespeare ci mostra come basti un abile oratore a far cambiare l’umore della folla. Quando parla Bruto i romani odiano Cesare, lo definiscono un tiranno; quando parla Antonio, il popolo rimpiange la morte di un uomo generoso, ma sempre di Cesare si tratta.

Che vuol dire? Che in una società priva di senso critico chiunque sappia esporre in modo accattivante le proprie idee, ha la strada spianata per ottenere ciò che vuole. Una società che non discute, che non si confronta, è debole, aspetta “l’uomo della Provvidenza”.
Un centro sociale è la negazione di tutto ciò. Si tratta di assumere in prima persona l’iniziativa, di farsi avanti con un’idea, di essere pronti a discuterla, con serenità, senza confondere le “critiche” all’idea con attacchi personali. Può capitare che quello che a noi pare perfetto, non sembri altrettanto valido a qualcun altro: si discute per migliorare, non per affossare una proposta. È quella che si chiama democrazia.

Il Centro ha un direttivo. Ma il direttivo non è il centro: serve solo a coordinare le attività. Fare parte del direttivo non significa occupare un posto di potere, ma assumere un impegno maggiore, mettere a disposizione del centro più tempo, più energie.
Non è il solo direttivo a proporre le iniziative, anzi, non si deve essere nemmeno soci, per proporre un’idea. Basta averla, l’idea, e proporla. Se è possibile, se c’è gente disposta a collaborare, la cosa si farà. Un centro sociale è il luogo delle iniziative spontanee, delle libere aggregazioni intorno ad un progetto: completato il progetto, si propone qualcos’altro, si cercano le persone disposte a partecipare e si ricomincia.
Non è facile perché non ci siamo abituati: è molto più semplice sedere tranquillamente in un bar e sputare sentenze, cullando la convinzione di sapere tutto. E fuggendo da ogni possibilità di confronto e di dialogo, per non metterci in discussione.