Senza Filtro A.I.P.M

 “'A fatt 'a fine r'o père e 'o musso: t'è rimasta sulo 'a lengua”
 “You ended like the père e 'o musso: you rest with only the tongue”

Io non faccio politica

Una confessione, vi devo fare, ora che, spero, il vino avrà addolcito le vostre anime adamantine. Abbiate per me, non pietà, non chiedo tanto, ma almeno quel franco disprezzo che mi permetterebbe di sentirmi, pur disprezzato, uomo tra gli uomini. Non voltate, vi prego, la faccia dall’altro lato, come si fa con le carcasse gonfie e verminolente dei cani, ai margini delle strade.

Io vorrei smettere, ve lo giuro. So, dagli ammonimenti dei miei cari parenti, dalle parole sagge dei miei insegnanti, dalle intelligenti sentenze di quelli che una volta mi onoravano della loro amicizia… so, dicevo, che quello che faccio è abbietto, infame, laido; so che le mie azioni mi condannano all’esclusione dal consorzio umano; so di essere una vista insopportabile per voi tutti.

E quanto vi invidio, voi che sapete sfuggire le seducenti e ingannevoli voci delle sirene, voi che sapete sottrarvi con algida maestà al richiamo del mondo. Voi che non portate impresso sulla fronte il marchio infamante che naviga negli ampi spazi della mia inutile fronte.
Per questo, porto basso sugli occhi questo vecchio berretto, per questo fuggo la luce, per questo mi celo alla vita.

Io faccio politica, mi sporco le mani del fango del dialogo, mi imbratto la bocca con la discussione, mi torturo il cervello con le idee.
Voi, quelli normali, quelli che hanno l’orgoglio di dire “Io non faccio politica”, e a testa alta sapete camminare nel mondo, non potrete mai comprendere il sordido gioco in cui sono invischiato. Voi che conoscete la quotidiana gioia della luce, non avrete mai esperienza del baratro buio in cui le anime in pena come me si dibattono.

Non so fare a meno del confronto, non riesco a sfuggire alle lusinghe delle ideologie. Ancora non ho imparato, forse mai lo farò, a tacere, a non raccogliere gli spunti che altri dannati mi propongono. Quando mi si chiede un parere, non so dire “non m’importa”, non so limitarmi a rispondere “la penso come tutti gli altri”. E questa è la mia dannazione, il motivo per cui non ho l’esistenza normale cui pure anelo con tanta forza. Ma non riesco a smettere di fare politica, di essere (perdonatemi la parola) cittadino, di partecipare.

Ci sono, mi è stato detto, alcuni tra voi, tra i normali, che scimmiottano le tristi azioni di noi dannati, che (con una raffinatezza degna di Petronio Arbitro) simulano l’impegno politico. E’ questo forse il massimo suggello della nostra dannazione di anime perse. Quando la tua condizione viene imitata dai dandy, quando Des Esseintes si atteggia a tua immagine, allora sei certo che non vi è più speranza.

Eppure, e forse da questo misurerete la mia pazzia; eppure, somma condanna di vedere, dal pozzo infernale, le stelle care a Dante; eppure io sogno. Sogno di poter camminare, tra voi con la vostra espressione fieramente imbelle, senza che il cruccio di un dubbio corrughi la mia fronte. Sogno di alzarmi al mattino incurante di ciò che mi circonda il corpo, e di ciò che potrebbe agitarsi nella mia mente se non avessi il dono di essere così protervamente refrattario al pensiero.

Sogno, ahi quante volte, in quante terribili notti, di poter dire a voce alta, e culo nudo “io non faccio politica”.