Senza Filtro A.I.P.M

 “Te piace 'a fatica come 'a cipolla 'o cane”
 “You like to work such as the dog likes the onion”

Spegni la televisione

Spegni la televisione. Smetti di torturare le tue notti insonni con i film d’autore e le ragazze dei telefoni erotici. Stacca la spina del Computer. Se non dormi diventerai cretino. E soprattutto esci, incontra la gente reale
Luca sentiva queste parole, sempre più fievoli, sempre più supplichevoli, risuonargli nella testa, mentre al mattino si scrollava dalla testa gli ultimi stracci di un’altra notte insonne.
Lo fece, alla fine, scosso dal tono supplichevole della voce interiore che era ormai appena un sussurro. Spense la televisione. Arrivò ad imballare il computer nella sua scatola.

Uscì di casa, ma la gente era strana, aliena. Non riusciva a comunicare. E non riuscì a dormire.
Le sue notti divennero interminabili giochi a rimpiattino con le lancette della sveglia. Non aveva sonno, di giorno, di notte, per quanto si fosse stancato.

Fu per caso che una notte, dopo aver posato il libro con cui aveva cercato invano di addormentarsi, prese il suo vecchio walkman. Non aveva cassette a portata di mano. Accese la radio ed iniziò a far scorrere il sintonizzatore lungo la scala delle frequenze. Dopo un po’ le radio locali, che pompavano musica in FM gli diedero la nausea. Cambiò banda: onde medie, modulazione di ampiezza. Da un sottofondo indistinto di fischi, ronzii e scariche di elettricità statica, emergevano, di tanto in tanto delle voci. Come facce che per un attimo si premevano su un lenzuolo bagnato, modellando il rilievo del viso nella stoffa tesa, per poi scomparire nel nulla. Voci italiane, forti, chiare; voci inglesi, francesi, spagnole, tedesche, portoghesi, di cui coglieva la lingua anche se non il senso delle parole. E voci indefinibili, suoni umani ed alieni, distorti dalle innumerevoli riflessioni nell’etere. Teso fino al dolore fisico nella concentrazione per decifrare la provenienza di quegli anonimi compagni notturni; esercitando un controllo feroce sul dito che manovrava la rotella della sintonia, per ottenere l’impercettibile movimento necessario a migliorare la sintonizzazione senza perdere la stazione. Dopo pochi minuti si addormentava. Per qualche tempo ritenne di aver risolto il problema dell’insonnia.

Ma poi vennero i sogni. Ogni notte.
Un corridoio bianco, d’ospedale, di manicomio, illuminato da due file interminabili ed inesorabili di neon, con un silenzio rimbombante di disperazione. E nessuno a cui chiedere qualcosa, anche solo una sigaretta, per sentire il suono della propria voce e non avere il tempo di immaginarsi morto.
Lungo le pareti due file di porte, bianche, pulite, chiuse. Provare, una per una le maniglie, finché, una, sempre la stessa, quella della settima porta di sinistra, cede.
Entrare nella stanza, preparandosi ad incontrare qualcosa di minaccioso, l’uomo nero, Jack the Ripper, Hitler, Gambadilegno, una top model sgozzata nuda nel proprio sangue, il Capitano Kirk….

Ed invece niente. Un letto di metallo, con lenzuola immacolate, intatto; un enorme tavolo di metallo, con il piano di formica bianco. Una finestra con le sbarre. Attraverso la finestra il buio indistinto della notte vista da un posto inondato di luce.
Sul tavolo una scatola, molto grande. Un puzzle. “1.000.000 di pezzi – Tutti di forma diversa”, diceva una scritta rossa. Sul coperchio l’immagine di una sconfinata distesa di ghiaccio polare, su cui, appena distinguibile per la distanza spiccava un pinguino solitario, unico puntino nero in quel biancore uniforme ed ossessionante.
Ogni volta che muoveva la mano per aprire la scatola si svegliava. Ma appena si riaddormentava, dopo un’altra dose di radio, il sogno ricominciava da capo, immutabile, inesorabile, incomprensibile.
Alla fine decise di sforzarsi di controllare il sogno, certo che se avesse potuto farlo, sarebbe riuscito ad aprire la scatola, e, quindi, a liberarsi di quell’incubo.

Me ne parlò una volta. Ci vedevamo ogni sei, sette, mesi, ed ero l’unico degli amici di un tempo che Luca ancora non avesse eliminato dalla propria vita, ma allora non lo sapevo. Vivevo a mille chilometri di distanza, molte cose le ho sapute solo dopo.

Ora, a guardarlo, immobile sul letto, insensibile ad ogni stimolo, mi sembra impossibile riconoscere in lui lo stesso ragazzo con cui ho suonato rock e blues per dieci anni. Nessuno sa cosa gli sia successo, l’hanno trovato così, in casa sua, gli inquilini del piano di sotto; non lo avevano sentito muoversi per due giorni, e si erano preoccupati. I medici non sanno dare spiegazioni, né formulare una prognosi. Potrebbe restare così per sempre, secondo loro.

Quanto a me, non riesco a togliermi dalla testa un immagine: Luca seduto ad un enorme tavolo bianco, mentre cerca, con paziente ostinazione di completare il suo Puzzle.