Senza Filtro A.I.P.M

 “Si 'a vecchia nun mureva, campava cient'anni”
 “If the old woman was not dead, she lived one hundred years”

L’ultima alba

Intuii subito che qualcosa non andava. L’immagine era piacevole e la lasciai scorrere tranquillamente, mancavano solo gli asini con le ali che mi salutavano e andavano a tuffarsi a mare per rendere tutto ancora più assurdo. Il ricordo del sogno e quel bacio sfiorato li sentivo ancora a fior di pelle, mi avevano fregato così bene che avrei voluto dormire almeno altri cinque minuti ma quando aprii gli occhi e guardai l’orologio oltre i cumuli di vestiti, erano le 7.30 precise: non esitai più un attimo e mi rialzai.

Ero ben cosciente del luogo in cui mi trovavo, avevo rapidamente messo a fuoco una mappa mentale in cui mi collocavo nella stanza precisa della casa ed un orario molto favorevole mi osservava, dall’altra parte. Non mi crederete, ma subito dopo ebbi la netta sensazione di essermi perso, sentii un lampo che mi attraverso le tempie e contemporaneamente una vertigine mi prese proprio qui, allo stomaco. Quella leggerezza mi fece lievitare, mi staccò da terra. Accesi una sigaretta in tempo e feci qualche boccata per rinfrancarmi lo spirito. Tentai di coprire in qualche modo quel vuoto così strano ma, devo ammettere interessante.

Mi scappò una risatina beffarda, un sorriso luccicante mi si era stampato in faccia. Mi accorsi con gran piacere che era sparita ogni traccia dell’abbuffata da Lucullo impazzito della notte prima. Anzi vi dirò di più, al solo pensiero di qualsiasi cibo rabbrividivo, anche del più raffinato o desiderato piatto: insomma niente di niente.
Non mi sfiorò nemmeno l’idea di fare colazione, un senso di nausea prese il possesso di tutta la mia persona.

In preda ad un angosciosa euforia mi misi in cerca di una occupazione dignitosa, dovevo festeggiare l’alba. Un evento che personalmente non vivevo spesso e che per la maggior parte degli uomini nasconde qualcosa di magico, di mistico. Non per me.
Lo stato di smarrimento si acuì, vagai come un animale braccato per tutta la casa, non osai sporgermi oltre le finestre, i rumori e le grida che provenivano dal vicolo mi fecero sussultare. Una stanchezza inaudita, un dolore mentale si insinuò latente, scorreva nelle vene. Mi doleva la testa e le orecchie mi sussurrarono qualcosa di indecifrabile che al momento non capii. In quell’impietoso vagabondaggio l’unica mia consolazione fu quella di aver ritrovato il letto; emanava un fascino magnetico. Vidi chiaramente i flussi che dolcemente mi presero e mi legarono letteralmente a lui, come un bisogno vitale da soddisfare. Non pensate che sia pazzo, tuttora vi posso narrare lucidamente ciò che mi stava accadendo, quale inaudita trasformazione avveniva nel mio corpo. Mi ritrovai cosi in una posizione molto strana: ero perpendicolare al letto, a formare insieme a lui una croce; ah, ah, scusate ma a pensarci adesso mi viene da ridere!
Fuori cominciò a piovere; dapprima l’aria si raggelò, ed una pioggerella fine ma intensa costante gocciolava sul tetto. Il suo battito rassomigliava ad una nenia degna della migliore tradizione romana. Quel liquido freddo sveglio in me un inconfessabile desiderio di calore che solo una sostanza poteva darmi, rossa e succulenta; mi pare ora di vederla brillare nella sua unicità.

Una luce pallida si diffuse nella stanza attraverso 1’immensa coltre di nubi vaporose che ingombravano il cielo. Era una luce delicata nonostante la sua intransigenza. Disteso com’ero, con le spalle alla finestra, ovunque posavo lo sguardo sentivo l’insopportabile peso di quella luce. Ogni oggetto che incrociava la mia vista assumeva un aspetto diverso, avvolto in un’atmosfera balorda. L’effetto combinato, la pioggia, il bagliore, si…si quel bagliore che era penetrato sin dentro le orbite degli occhi e amplificava senza tregua il suo raggio, agirono su di me come un narcotico.
Vi posso giurare che nello stato di trance in cui languivo, poiché non posso chiamarlo sonno né tantomeno veglia, ogni respiro equivaleva ad un lungo piacere. Le visioni avevano contorni nitidissimi e lo spazio attorno mutava fino a tornare identico all’originale. Il mio corpo rimase completamente immobile, ma il mio spirito, si proprio cosi, non riesco a dire altrimenti, il mio spirito si distese all’infinito. Quale pace trovai! Fu il riposo sussultante di un crociato temuto e stremato, e come per quei simpatici paladini anche per me arrivo il suono indiscreto delle trombe di guerra, perché di vera e propria guerra si tratto. Esso si concretizzò in modo molto meno romantico, il telefono cominciò a squillare, ogni squillo mi picchiò con una bastonata in fronte: che crudeltà acquistò quell’oggettino anonimo! L’angoscia, la più nera angoscia si concentrò alla gola e fece fatica a scendere giù. Non badai a rispondere al telefono, era l’ultimo dei miei pensieri.
Mi stupì quel richiamo: chi mai mi destò?

Furono attimi di panico, il trillo mi sbatté diabolicamente in faccia la realtà più meschina, tutto ciò che avevo tralasciato di fare, presentandomi un conto troppo salato da pagare così, tutto assieme. Ingaggiai con lui una lotta violenta, ammetto che inizialmente scappai come un codardo, e quel trillo sembrò compiacersi sempre più di se stesso, come se avesse annusato la mia paura; mi scovò in ogni luogo peggio che un fottuto cane da caccia. Lo scontro mi parve interminabile ma finalmente si zitti, per sempre; hi, hi, hi, l’avevo distrutto, maledetto telefono.

Piansi, piansi a lungo. Tutti i miei impegni si dibattevano ancora instancabili da un punto all’altro del cervello, come un pendolo di morte. Ero a pezzi, non riuscivo a dare alcuna spiegazione razionale a quella serie di eventi; fissai il vuoto come incantato non so quanto tempo, non me ne importava più niente, il tempo ormai era morto. Pensai di stare vaneggiando, la cascata di pensieri slegati che precipitò dalla mia mente ne era testimone, e in certo senso mi confortò. Decisi di darmi una bella sciacquata, avevo bisogno di una rinfrescatina che mi rimettesse un po’ in sesto. Corsi in bagno, un raggio di sole galeotto sfuggì prepotente dalla barriera di nubi, mi sfiorò il viso come una lama e mi tagliò. Feci in tempo a scostarmi per non rimanere sfigurato. Cosa mai mi ferì, allora? Non credetti che fu proprio il sole, non potevo accettarlo, quante volte mi crogiolai sotto di lui come un animale a sangue freddo! Che succedeva, cosa mi stava accadendo? Gettai un urlo spaventoso. Di colpo capii le paroline sussurratemi all’orecchio poco prima; udii chiaramente il suono sillabato che faceva: “E’ così “, “E’ bello”. Ogni tensione si dileguò in un istante, una forza sovrumana rassodò i miei muscoli un poco intorpiditi; ero il sovrano indiscusso e non più la preda di quella dimora. Mi guardai allo specchio, il mio viso acquisto una tale bellezza, specie con quello sfreggetto che ora sto accarezzando.

Ma ciò che più mi stupì furono gli occhi: il più bel mare corallino era niente a paragone dei miei occhi. Diventarono brillanti, eterei, si riempirono vacillando della stessa sostanza trasparente dell’acqua che scorreva dalla fontana: che spettacolo! Affascinarono persino me stesso. Ritorno il sorriso mostrandomi due sporgenze, due finissimi coni aguzzi d’avorio, pronti a saziarmi. Allora … allora risi tanto, risate fragorose si spandevano in ogni direzione, mi rimbalzarono indietro con un suono diverso, fu un crescendo toccante di gioia e disperazione. Si … non potevo sbagliarmi, non avevo più dubbi, era proprio così, ero diventato un vampiro.