Senza Filtro A.I.P.M

 “Ciento valli a cantĂ nun fa mai juorno”
 “Hundred cocks singing never comes morning”

Messaggio aberrante alla comunitĂ  caudina

(al mio amico Pataturko)

Zzzzzzzz…….. biiiibiiiiibbiiii….. zzzzzzz………wsgnaaarrrr….. wsgnufnzswsg… zz..z.. ssssgggnufff….. gneeenneegnegnegnoinz… zz… zz… “Ho scelto queste brune scogliere per ritornare all’atarassia, qui dove il mare è sempre color dell’ebano e sembra che il rifrangersi spumoso delle onde oleose sulle nere e alte barriere ricopra l’istantaneitĂ  del rimorso con una coltre di damasco, come un prezioso tendaggio che scende austero e delicato dal soffitto, plana soffice al suolo e violaceo nega l’accesso visivo agli infissi retrostanti che nasconde. Mi chiamo M. e vengo dal meridione dell’Italia. Mai piĂą ho ritrovato quel fittizio senso di pace che provavo quand’ero fanciullo, ignaro delle orribili trame che costruivano gli adulti attorno a me.

Sono sempre stato, in tutti questi anni, in bilico tra l’inquietudine di chi sente di non essere mai al posto giusto nel momento opportuno e l’ottica distorta di chi vive circondato da strani scarafaggi con una rivoltante testa pentagonale; il fatto che essi mi assalissero in maniera febbrile, nel tentativo di stabilire un contatto con me mi ha sempre sorpreso: io, che ho avuto come unica e sola compagna la mia mazza da hockey su ghiaccio. Mi trovo, credo, al largo delle isole Lofoden,a 15° circa di longitudine est..zzzzzzz…. ed è in questo spaventoso palcoscenico di solitudine che ho deciso di consegnarmi alle viscere della grande madre, tra lo scherno e la derisione dei flutti. A dire il vero, non ricordo con precisione gli avvenimenti di questi ultimi giorni, salvo in effetti di aver biascicato qualche ora fa alcune sillabe sconnesse ad un barcaiolo danese, mentre vagavo senz’anima con unica meta la deriva.

Devo avergli chiesto se poteva procurarmi un pedalò, ed ai miei vani tentativi di spiegargli cosa fosse mi ha preso a parolacce dicendomi, credo, che ero un pazzo. Davvero non so se l’atto finale di questa specie di deflagrante processo che mi ha portato fin quassù possa coincidere con la notte in cui, allertato da una serie di strani sintomi, mi accorsi guardandomi allo specchio che la mia testa si stava inesorabilmente deformando: in particolare, sotto l’azione di forze insondabili in tutta la zona temporale, esplodevano dei bitorzoli enormi e duri come dei tuberi. Tutto ciò mentre la temperatura delle ossa craniche raggiungeva picchi siderurgici.
Ma i prodigi continuarono nei due giorni successivi. L’indomani, anzitutto, quando mi recai in un locale a Benevento, dove incontrai per caso un mio vecchio compagno di scuola che, incredibilmente, sembrò negare la propria identitĂ . “Ma non sei Luigi?” “No,sono C.” “Ma sei identico a lui!” “Sono identico a Luigi,ma non sono lui,sono C.” La mattina seguente fu l’apoteosi; appena alzatomi,abbozzai un saluto ai miei genitori, che stavano uscendo di casa per andare a lavorare, ma essi si stupirono del fatto che li riconoscessi come mio padre e mia madre, adducendo di non esserlo assolutamente, anche se si concessero il beneficio del dubbio per quanto riguarda un’eventuale somiglianza.

Così accadde addirittura che Theo, il mio cane, sembrò non riconoscermi più, azzannandomi d’impeto. Il panettiere, dove ero solito acquistare ogni mattina il filoncino da un chilo, mi chiese da dove venissi e disse di non essere il panettiere che conoscevo il quale, credeva, forse gli assomigliava. Cercai di essere indifferente, tentai di oppormi a questo nuovo, assurdo mondo in cui potevo vivere circondato da persone che d’improvviso avevano cambiato identità, ma non abbastanza da rifiutare la comunanza nei tratti somatici con le maschere delle vite precedenti. Volli reagire a modo mio: presi ad interessarmi di tematiche etiche e religiose, tentando di convincere i miei vicini di casa a diventare mormoni: organizzai riunioni nelle quali urlavamo a squarciagola canti gospel, ma essi mi allontanarono bruscamente, preoccupati oltremodo che potessi mai ordire una congiura contro il presidente della Comunità Montana del Partenio, coinvolgendolo nel Sexgate.

Abbandonai qualsiasi speranza solo quando, provato dal duro regime d’isolamento assoluto, al quale la comunità m’aveva ingiustamente sottoposto, non rimasi in comunicazione con nessun essere animato, se si fa eccezione per un gruppo di mosche, che mi ero messo ad allevare in cantina, ammirandone le geometriche evoluzioni nelle traiettorie poligonali. Fu così che mi rifugiai nelle droghe sintetiche, negli allucinogeni e negli acidi: trascorsi le mie giornate guardando le cime delle montagne di fronte a casa mia, che si dilatavano fino ad assumere plasticamente forme himalayane, non comprendendo inoltre il motivo per cui dall’altra parte vedevo scendere dalle impervie cime del Taburno, che ribattezzai nuovo Fuji, fiumi di latte e miele grezzo fino a valle, in una visione catartica; mi preoccupai oltretutto per il lento trasformarsi delle sorelle pecore in cinghiali frementi e subito dopo in possenti mufloni dall’irsuto pelo.
Infine pensai che potesse essere una buona idea quella di lasciarsi andare a lunghissimi bagni nella candeggina, aspirandone i nauseabondi effluvi per ottenere il distacco dell’anima dalla prigione corporea. Così sono partito, ho lasciato il mio piccolo paese nel sud dell’Italia, ma telepaticamente sono rimasto sempre lì, nella vasca da bagno.

Quantunque quei prodigi….zzzzzz…zzzzz..il senso…zz…glub…ho sempre creduto di essere diverso..del resto..anche Poe diceva: “nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza”…alla fine..zzz….il tribunale…zzzz….per voi, scarafaggi della Valle Caudina…zz..z…biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…..”
Già avanzava l’oscurità polare sul porticciolo di Svolvaer, in un’ordinaria tarda mattinata d’autunno. Era uno di quei giorni in cui le baleniere parevano neghittose e giacevano con le pigre prue alla fonda, attraccate timorosamente in fila sul molo. Era uno di quei giorni in cui i pescatori se ne stavano oziosi nelle locande a bere vodka, aspettando che passasse la tempesta. Poteva anche darsi che il sole splendesse allo zenit, in un orizzonte terso acefalo di nuvole :allora le ore fluenti rivoltavano lenta la sabbia nelle clessidre. Sarebbe potuta trascorrere un’eternità in quello stato di sospensione sensoriale, finchè giungeva la notte polare, pluviale senza pioggia, caliginosa, opulenta, pungente.

Durante quelle giornate serene, però, fulminei squarci nerastri squassavano il cielo, preannunciando nubifragi brevi ma a tal punto violenti, che i fiordi vibravano impetuosi e nelle acque buie al largo s’aprivano voragini fameliche. Potenti risucchi ingoiavano tutto quello che era nei dintorni. Quando poi tornava la bonaccia, venivano a galla brandelli di grossi pesci dilaniati, pezzi di barili imponenti che una volta avevano contenuto acquavite, o alberi maestri di navi tranciati in tremendi naufragi: tutto rimestato furiosamente dalla pazzia del turbine scandinavo.

Alla fine di quella tarda mattinata, in una stazione radio del porticciolo di Svolvaer, cominciava a risuonare con insistenza dai ricevitori una cantilena registrata, come un messaggio incomprensibile, che finiva più o meno così:
Caudini, voi foste cattivi consiglieri men che afoni,
insetti quel a cui l’ovvio tacer non fu mai dato,
invano il senso serbi della colpa indelebile
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