Senza Filtro A.I.P.M

 “L'acqua è poca e 'a papera nun galleggia”
 “The water is not much and the duck doesn't float”

Incubo numero 3

Nota dell’Editore: l’articolo che segue è stato ritrovato tra le carte dello scrittore Alberto Luttazzi Sifoni, inabissatosi col suo biplano nelle acque del Pacifico Orientale lo scorso 3 ottobre mentre trasvolava, rotta 22 gradi Est, in direzione della Terra di Arnhem.
Trattasi di una descrizione invero accurata che presumiamo far parte di un corpus di bozze e appunti per un prossimo romanzo di cui sfortunatamente ignoriamo il titolo. Ci è parso opportuno pubblicarne un estratto
.

“La luce,
la luce appare
e scompare –
la luce”
JSP

e così questa storia è finita buongiorno a tutti i telespettatori del TG2, lo sapevate che questa è l’estate più calda del secolo sì anch’io ho risolto il problema della gomma perché ho seguito i consigli dello specialista visto che oramai il server ha risposto con informazioni estese che ci vuoi fare? ci sono anch’io cara Serena è la prima volta che ti scrivo mi piego al benvolere degli dei e rumino e ruggisco alcune illuminazioni segrete e mi domando se è lecito condannare Umberto Eco se un gruppo di giovani fomenta il caos nei media e promuove culti blasfemi. Non credo, e poi mio nonno diceva sempre che bisogna mangiare frutta e verdura assimilare il carotene tritacarotene le cipolle sono dolci ma ottime epperò l’aglio ’ntosta ’o maglio per cui l’anoressia si può sconfiggere, le cipolle meno chiaramente le puoi soffriggere e dallo sfrivere senti l’addore però non basta un sola vita per soddisfare tutti i miei interessi. Voglio avvertirla dottore, Red Window nella quarta corsa lo danno dodici a uno impossibile negoziare un gruppo di protocolli santità ho smarrito i documenti nel tombino è tutta colpa di quegli sporchi comanche peccato, avremmo potuto avere un ottimo sillogismo in terza figura no grazie non credo che fumerò -le stesse persone da sette anni- l’ultima opera del Maestro there’s no dark side of the moon chiederò conferma al barone rampicante ’o Pont’o Camp un toponimo del cazzo giano bifronte che scruta l’orizzonte no grazie fumare sarebbe l’ultima delle mie preoccupazioni no le ho già spiegato che il dottore non c’è, potrebbe richiamare più tardi? No io chiamo proprio adesso dall’altro capo fa PLE PLE PLE PLE PLE PLE bussa sta bussando, ma – Pro pronto che ore sono
– Sono il tuo direttore, vieni subito in ufficio.
– …
– Sono tre numeri che non scrivi niente, non ti pago per non fare un cazzo e tenere il cellulare spento. Sto preparando il prossimo Senza Filtro e ho due pezzi scoperti, uno me lo devi coprire tu.
– Non lo so…
– Che significa non lo so? ma chi cazzo sei? uno scrittore alcolizzato in crisi creativa? Alzati, sciacquati la faccia e porta qui le chiappe immediatamente.
– Che cazzo è successo?
– C’è un tizio a Paolisi, ha aperto un vivaio di trote e gli dedichiamo la pagina ecologica. Grossi affari per il turismo, ci serve assolutamente un’intervista, massimo 8 domande, ti porti anche il fotografo e gli fai fare 4 foto, non una di più.>>
– L’altro pezzo cos’è?
– Quest’altro è un reportage, si tratta di infiltrarsi nei locali, seguire quello che fa la gente, rintracciare il percorso dell’utente medio del sabato sera in questa estate caudina.
– In che senso utente medio?
– Nel senso della moltitudine.
– E’ un lavoro di merda, perché non lo fai tu?
– Non posso espormi, mi conoscono e la mia presenza falserebbe l’indagine. Mi serve uno poco conosciuto, come dire?… un infiltrato, un buon osservatore. E poi ricordati che per questa missione c’è il solito rimborso spese totale.
– Io non sono un buon osservatore.
– Ti porti anche il fotografo.
– I pezzi sul sabato sera non tirano, sono banali, è roba già letta duemila volte.
Però il fotografo non si è visto ancora, tutto ciò è poco professionale, perdiamo tempo con una Lemonsoda che tanto non c’è nessuno ancora. La serata deve ancora maturare. Aspettiamo la discesa in campo delle squadre. Raffazzonare un pezzo su quello che fa questa gente il sabato sera. Era meglio se portavo una telecamera, la piazzavo da qualche parte e riprendevo tutto dall’alto. Un buon microfono, potente e registravo tutto il bordello, le chiacchiere. Ma questi fanno un casino silenzioso, calmo e controllato: si gestiscono un’euforia sofferta questi ominidi, sono un po’ spenti, hanno le facce appese, vorrebbero divertirsi ma chissà quale inconscio motivo glielo impedisce. Oppure si divertono ma non lo danno a dimostrare, sono maschere, come se trascendere un po’ fosse un motivo di colpa, forse perché sono convinti che se esageri appena un poco sei additato dalla cosiddetta gente che ti vede davanti alla *** con un soft drink o una birretta in mano, come alcolista. Ma che cazzo, questi non si divertono, la serata non sviluppa, eppure non fate un cazzo dalla mattina alla sera: non lavorate, fate finta di studiare ed è finito lì.
Questi sono i cosiddetti giovani, una fascia d’età che va dai 13 anni ai 35.
– Ciao, sono Victoria, ho portato tutto. Devo comprare le sigarette. Dov’è un tabaccaio?
– Laggiù sulla destra.
– Ci vediamo dopo.
– …

“La sfida non consiste più nel costruire le risposte, ma nel porre le giuste domande”
Senza scomodare troppo la teoria dei multiversi, la quale ipotizza l’esistenza non di uno, ma di un numero infinito di universi paralleli, qui mi sembra si possa applicare lo stesso principio all’osservazione e alla descrizione in scala ridotta di questa realtà. Ognuno è (o crede di essere) giustamente il centro dell’universo, il proprio. Cosa accettabile in quanto ognuno biologicamente sperimenta solo la propria identità in opposizione agli altri e fin qui ci troviamo. Ciò che non è chiaro è perché questa coscienza della propria individualità e diversità si degrada poi in atteggiamenti di superiorità e di snobismo, quando non di presunzione. Qual è la causa? Fattori ambientali? Scarsa cultura? Forse un cocktail dei due, non ho considerato il conformismo.

Ad ogni modo questo sabato sera è iniziato: la *** si è riempita di gente che sorbisce alcolici mentre chiacchiera e rumoreggia. Sull’altro lato della strada ci sono molte più persone che strusciano per il corso e sembrano ignorare il gran varietà allestito in queste mura. Essi sono per la maggior parte adolescenti, gioventù alle prime uscite, che sfruttano quelle poche ore che hanno a disposizione per corteggiare col favore delle tenebre, prima di doversi ritirare assolutamente entro mezzanotte.

Questi adolescenti: sono senza dubbio precoci e in verità si parla di giovincelle dal pompino facile. Ok, per come si vestono con tettine (in verità sarebbe più corretto parlare di zizzone, visto che, Wonderbra a parte, in circa cinque anni la misura media del seno delle adolescenti si è triplicata. La teoria corrente imputa questo fenomeno alla maggiore quantità di estrogeni presente negli alimenti da sette, otto anni a questa parte) e dicevo con culetti furbetti quasi al vento ispirano pensieri poco nobili, niente a che vedere con la vicenda professionale del signor Vladimir Nabokov, ti fanno arrapare queste qui e non è una cosa bella in questo periodo che va tanto di moda la pedofilia. Molte di queste storie però sono inventate da personaggi noti per la loro poca dimestichezza col genere femminile e per il loro conseguente alto tasso di testosterone in circolo. Non bisogna mai generalizzare, d’accordo, ma è pur vero l’età media si è abbassata, che si esce prima e prima si fanno nuove esperienze. Questo maxigruppo di gioventù che copre fino a 18 anni è un gruppo chiuso, entrare a farne parte è molto difficile, anche se non impossibile. Allargare il campo delle proprie frequentazioni non è facile il sabato sera. Ci vogliono occasioni speciali.

Per chiarire cosa voglio dire vi farò un esempio: ad un mio amico piace una ragazza di una bellezza eterea e che ha anche un culo fenomenale. Questa dolce fanciulla però esce ’o Pont’ ’o Campo solo il sabato e la domenica e quindi si tratta di riuscire a cogliere l’occasione settimanale. Questo mio amico, che per la legge sulla privacy chiamerò Mister K, ogni sabato e domenica sera le si avvicina per fare quattro chiacchiere, conquistarsi magari la sua simpatia, per gettare le fondamenta di un rapporto stabile e/o duraturo, però se ci esce qualcosa è sempre buono. Ma tant’è che Mr. K non riesce mai a stare a stare un po’ da solo con la giovane perché ci sono altri bastardi arrapati che le ronzano attorno e si fermano dove stanno loro, casualmente, con la scusa che conoscono Mr. K, per salutarlo magari, e rompono i coglioni impedendogli, con le loro cazzate pseudosimpatiche rivolte alla fanciulla, di agire con la necessaria serenità. Si comportano esattamente come le mosche sulla merda di cane e in queste condizioni corteggiare una ragazza diventa estremamente difficile.
– Che cosa fai?
– Niente, perlustro, tu guardati in giro e quando vuoi scatta senza farti sgamare.
– Che ne dici se prendo quello al bancone?
– OK, poi per piacere mi scatti una panoramica fuori, sul corso.
– D’accordo.

Avverto nell’aria un problema di comunicazione molto grave: lo stesso problema di cui sembra soffrire questo tizio a tre metri da me. Non sta tanto bene, si sta vomitando il suo spumantino addosso senza dire una parola. Se ne sta lì, piegato in due, col flut mezzo pieno in mano, il vestito scamiciato, che si innaffia di brodaglia giallastra e residui di penne rigate il suo bel paio di scarpe Cesare Paciotti. Questa scena mi pare di averla già vista in un quadro di Franco Rasma. Gli altri avventori si sono scostati da lui per un raggio di tre metri e qualcuno non trattiene un conato. A me non fa niente, sto analizzando la situazione con gelido e impassibile sguardo autoptico. Altri lo osservano con gli stessi occhi con cui le vecchie guardano il prete la domenica mattina alla messa delle sette. Perché tutto ciò? Cosa spinge un essere umano, un individuo come me, a ridursi in quello stato miserando? Qualcuno lo afferra e lo caccia fuori, mentre qualcun altro prende uno straccio e cerca di tirar via la schifezza da terra.
– Che succede?
– Niente, il tizio si è appena lasciato con la ragazza e sta cercando in qualche modo di rimediare. Ce ne andiamo?
– D’accordo.
– Prendiamo la mia macchina.

“Nella narrativa realistica l’elmo di Mambrino diventa la bacinella di un barbiere, ma non perde importanza, né significato…”
Durante il tragitto verso Montesarchio, tra le tante cose su cui dovrei concentrare la mia attenzione, riesco solo a pensare che c’è un libro che sta complicando sempre più la mia visione della letteratura: le Lezioni Americane di Calvino. Devo fare il pezzo. Faccio il pezzo e poi non scrivo più. Leggerò solo Borges. Borges e Carlyle.

Questi tipi qua stanno rovinati: io la considero plebaglia e non per un mio improvviso attacco di aristocrazia secondo gli insegnamenti di Eraclito di Efeso (che comunque aveva ragione quando diceva: “perché volete trarmi da ogni parte, o illetterati? Non ho scritto per voi, ma per chi può capirmi. Uno vale per me centomila e la folla non vale un cazzo!”), ma per una loro effettiva incapacità mentale e uno spiccato disinteresse per le cose che li circondano. Essi rappresentano benissimo gli abitanti ideali di questo posto che potrebbe essere un po’ migliore ma di fatto non lo è: non hanno nessun interesse tranne il calcio. Qui gli intellettuali militanti camminano per strada con la Gazzetta dello Sport sotto braccio. Qualcuno più impegnato acquista Otto Pagine. Non ho niente contro il calcio, però è la mentalità Abbasta ca vence ’o Cervinara che mi irrita. Non riescono a sollevare lo sguardo in su per accorgersi di tutta la merda che sta per travolgerli e credono di vivere nel più bello dei mondi possibili senza notare il degrado morale, ambientale che si sta rosicchiando questa Valle.

Pensa che storia sarebbe se la domenica mattina Eraclito, appollaiato sul monumento ai caduti nella Villa Comunale si mettesse a cazziare la gente mentre si prende l’aperitivo da Micione e gli scaglia l’anatema:
– Caudini, voi siete una brutta razza: un popolo di merda, vi accontentate degli scarti, degli ossi già spolpati che la vita vi getta davanti, tirate a campare e vi fate comandare senza protestare da gente incapace da destra a sinistra, e a questi strani personaggi siete sempre pronti a chiedere favori in cambio dei vostri voti. E i rubagalline vi governano a modo loro, vi sfruttano, vi negano persino le cose più elementari e fondamentali, vi fanno vivere in un posto di merda.
– Forse sei troppo qualunquista.
– E’ solo pessimismo della ragione, non sono per nulla convinto della bontà degli esseri umani. Tutto qui. Il qualunquismo troppo spesso si confonde con il buonsenso. Anche Kubrick era un pessimista della ragione. Però adesso è morto.
– Limitarsi a criticare la situazione senza proporre almeno un’alternativa valida è peggio che non lamentarsi affatto.
– A Cervinara a Eraclito gli farebbero fare la fine di Ciccio il caivanese.
– Dove andiamo?
– In un bel posto.
– Dove di preciso?
– Allo ***.
– Ah. Ho giusto un po’ di fame.
– Ti consiglio lo Springer 1340, dentro c’è la sottiletta fusa, è molto buono.
– D’accordo.

Lo *** è un localino tranquillo, di vaga ispirazione motociclistica, praticamente una colonia cervinarese a Montesarchio, ma che ve lo dico a fare che ci siete già stati un miliardo di volte. Un pub dove spicca la capoccia di Hemingway dove meno te l’aspetti, anche all’entrata del cesso; è un’icona che alle volte ti tiene compagnia, anche se è solo il logo del locale. Bellino, anche se il nome è scritto in Algerian il quale è un font che non m’è mai piaciuto.

Che poi a me quando ci vado al cesso, mi vengono sempre le migliori ispirazioni: idee per articoli pungenti appena appena venati di sarcasmo, dotte disquisizioni letterarie sulle nuove frontiere offerte dai primi pionieristici tentativi di narrativa ipertestuale, polemiche condotte contro avversari competenti in punta di penna con uno stile che contempla un uso sapiente sia dell’iperbato che dell’iperbole, ma quello che mi capita piuttosto spesso è che ho la visione del Libro. Io vedo il libro che scriverò, la sua intricata struttura, quella di un romanzo da tremila pagine o di un poema fatto solo di frammenti (che con rispetto parlando i capolavori della letteratura mondiale in regalo da questa settimana con Famiglia Cristiana potrebbero farci una solenne pippa, sia a me che al Libro), mi si rivela come un flash in tutta la sua manovrabile disunità, tutte le complesse connessioni tra i capitoli, le sfumature psicologiche dei personaggi, i sottili paragrammi, le trame e le sottotrame, i dialoghi, i molteplici sensi che l’opera una volta compiuta produrrà, chi sarà l’autore ideale, chi il lettore fittizio, tutto mi appare chiaro, lucido e facilmente riportabile su di un foglio, perfino la copertina, solo che non appena finisco di pisciare ed esco fuori, mi dimentico tutto. Vedo la capoccia severa di Hemingway e penso here is not Key West.

Comunque allo *** se ci vai per vedere gente è meglio che ti fermi solo per una birra veloce e poi te ne vai da qualche altra parte. Qui va bene restarci per fare due chiacchiere e assaporare un momento di tranquillità discorrendo con gli altri avventori, che ormai li conosci bene e anche loro ti sanno, è una specie di cerchio tribale con sottofondo piuttosto alto di musica di medio-alta qualità.
Mentre Victoria gusta il suo hamburger al formaggio filante io non posso fare a meno di pensare a un mio amico: Vito Ferrini di Roma, che una volta, all’età di 15 anni stette tre giorni legato a un ciliegio infestato di formiche per sperimentare nuove forme di percezione extrasensoriale. Adesso disegna siti Web e arriva a guadagnare anche 6 milioni al mese. Qualche volta ci sentiamo al telefono, oppure scambiamo brevi messaggi con ICQ.

“Poiché tutti gli esseri umani sono soggetti alla necessità, essi sono disposti alla violenza verso gli altri; e questa non è altro che l’atto prepolitico di liberarsi dalla necessità della vita in nome della libertà del mondo”.
Il ***, quello estivo, si chiama *** e lo fanno nella Villa e c’è sempre tanta gente, una marea di chiattilli e infatti all’entrata trovi sempre una sfilza di macchinoni deluxe scappottabili dai quali vedi scendere solo personaggi vestiti di tutto punto. Una specie di divisa: scarpino aligante, pantaloni a sigaretta, non sia mai un jeans, camicina a righette o quadrettini, ma soprattutto l’accessorio fondamentale che contraddistingue il chiattillo DOC: un maglioncino leggero da portare con noncuranza sulle scapole e annodato al collo. Questione di standard, non di umidità dell’aria, è solo per essere pronti a beccare. Faccio scattare qualche foto a Vicky, ma non farti notare, ecco, quel tipo che corteggia la biondona là in fondo, lei prendila di spalle, cerca di prendere anche un po’ di culo. – Va bene.
– Buonasera, per cortesia i documenti
– ???
– Cosa sta fumando?
– Niente maresciallo, è tabacco, Drum rollato
– Per essere solo tabacco ha un odore strano, per favore la carta d’identità e spenga quella cosa, anzi la passi pure al collega.
Il maresciallo pare un tipo tosto, si capisce a volo che non è quel tipo di carabbigniere come li vedi nei film di Lino Banfi, si fa consegnare i documenti mentre l’altro guardio posa il mozzicone in una bustina trasparente e scrive: la prova A. Il ragazzo non capisce la situazione e fa: – Non mi sembra il caso… e lui di rimando: – Per favore si astenga, non peggiori le cose, si stia in silenzio, anzi svuoti le tasche sul cofano.
– Questo è quello che sapete fare…
– Le ho detto di starsi zitto!!!
– … rompere le palle a quelli come me, invece di prendere i camorristi…
– Faccia silenzio o la porto in caserma
– Per me potete anche arrestarmi, tanto il criminale sono io che mi faccio le canne
– Vuole così? Si accomodi in macchina

Lo inculeranno il ragazzo, il braccio baffuto della legge ha parlato. Segnalazione che l’hanno trovato con qualche grammo di fumo addosso, non siamo a livello di narcotrafficanti però basta a combinargli un bel casino: ritiro di patente, colloqui col giudice, analisi periodiche al SERT, scazzi vari in famiglia e con la gente che da stasera in saecula saeculorum lo tratterà da tossico. E poi che ha detto? Una cosa sensata: in questa Valle ci sono cinque caserme di carabinieri e un commissariato di polizia e a chi cacano il cazzo? A chi si fa le canne e a chi non si mette le cinture. Bah.

Ma adesso siamo al ***: nel locale più chiattillo dell’intero universo caudino. Se fosse inverno mi toccherebbe seguire questi bastardi al ***, ma grazie a dio quel cesso d’estate è chiuso. E per forza deve stare chiuso: è uno scantinato piccolo e col soffitto basso votato a discoteca, si spaccia è vero per un club, ma è solo per ragioni fiscali e la cosa che sbalordisce e insieme sconforta è che i sabato sera invernali si riempie.

Il programma della serata prevede karaoke misto a danze latino americane col maestro di piano bar Pasquale Saccone e le ballerine venute a insegnarci l’arte del muovere bene il culo nientedimeno che da Cuba. La funzione sociale del karaoke la conoscete: se sei un cretino tu hai diritto più di tutti alla tua occasione: canta, strepita, mettiti in mostra, non importa se non sai cantare, basta che non hai il benché minimo senso del ridicolo e sei a posto. Noi tutti ti ascolteremo e poi un applauso non si nega a nessuno. Vai tranquillo, fai il chiattillo.

E dopo aver cantato si balla: bisogna lanciarsi in questi 5 metri quadri di pista e sfoderare le proprie capacità atletiche (mica fessi i gestori: hanno concentrato 60 tavolini in 10 metri quadrati per dare la robusta impressione che sia pieno e in effetti per arrivare al bar ce ne vuole di tempo), dicevo per saggiare le proprie scarse attitudini danzanti. Il latino americano piace proprio perché è fatto su misura per gli idioti: si balla in gruppo, in plotoni ed è facile da imparare, facile da assimilare e comprendere, e questi cretini ci riescono benissimo, i loro microcefali assecondano il ritmo automaticamente. Sono tre anni che il latino americano è il ballo dell’estate. Ce lo ricorda sempre anche il TG2 Costume e Società.
Al bar ci sono i soliti sfigati che assistono compunti e contemplativi e forse sognano di compiere anche loro un giorno le stesse evoluzioni. Nel frattempo allucinati da quei 2 o 3 gin tonic consumati, puntano come cani da caccia le minigonne svolazzanti e immaginano orge interminabili, perché diciamolo una volta per tutte che il sabato sera si esce perché si vuole scopare, si aspira al godimento sommo di un pompino al volo nel cesso del locale, che fa molto film hard e turba le coscienze di questi giovani che sognano le spiagge di Cuba e il cui mito è Rocco Siffredi.

Miss, simme juti a fernì int ’o cess, e mo’ ca’ rimango ’i sulo, te mann’ a fanculo…
Tirando le somme possiamo definire codeste attività notturne come una terribile accozzaglia di situazioni standard e ripetitive, che hanno come protagonisti i soliti sfigatoni che s’accontentano di quel poco che c’è. Nessuno si propone, nessuno si espone, si è pubblico, spettatori della propria vita.

Non si tromba e perciò l’esaurimento raggiunge livelli difficilmente misurabili secondo gli standard del Sistema Internazionale. Le ragazze soffrono ancora in parte della concezione meridionale e maschilista della donna. Non possono uscire di sera se non il sabato e la domenica, non possono, per la maggior parte dei casi, prendere la macchina, non possono fare troppo tardi e quindi escono alla ricerca di un accompagnatore, di un fesso cioè che le porti in giro con una bella e potente auto, vogliono un pirla che offra loro aperitivi costosi e complicati, tipo l’Angelo Azzurro (che tra l’altro è una chiavica di cocktail), personaggi disastrosamente lampadati che le scarrozzino in tutti i locali come questo sciorinando alla minima occasione carte da centomila senza farselo ripetere due volte. Cose di cui le signorine si vanteranno con le loro amiche. E questo è il nocciolo della questione: le ragazze se la tirano in modo esagerato, se la tirano persino quelle che non se lo possono permettere: quelle cioè che appartengono alla sottospecie delle cozze: le cesse. Questo perché ci sono i malati che le fanno andar via di testa, che le danno troppa importanza. Certo, la bellezza non è tutto, ma ci sono ragazze che non sanno nemmeno parlare senza dire cazzate e per giunta sono anche dei cessi eccezionali.

Questi idioti le spassano perché non si sa mai cosa può capitare, basta che lei una sera si ubriachi un po’ di più che succede il patatracco: si tromba. O meglio: potrebbe accadere che la tipa si lasci andare addosso, ma questo è un evento altamente improbabile, come che dal nulla appaia in questa Valle Latrina una statua di Padre Pio alta 15 metri invece delle solite macchie di muffa. (Se la gente curasse di più il proprio abituro e dipingesse l’affacciata ogni due anni, questi fenomeni prodigiosi sparirebbero all’improvviso, niente più fiori ai muri e ai tronchi di legno. Ecco, se invece della muffa apparisse dal nulla una statua crisoelefantina di PP alta trentadue metri che non sia in nessun modo imputabile all’opera dell’uomo, mi convertirei anima corpo e frattaglie al Cattolicesimo Apostolico Romano e potrei, qualora mi venisse il ghiribizzo, anche andarmene a fare il missionario in Tanzania).
Ma de che? Qui aspettiamo sempre i miracoli, c’è qualcuno nella mia testa, ma non sono io.