Senza Filtro A.I.P.M

 “Chi per mare va, sti pisci pò pigliÔ
 “Who seals the sea, these fishes could take”

Fra Leandro da Venosa e il frate alchimista, studioso di allucinogeni

Fra Leandro da Venosa passò alcuni mesi della sua vita raminga di uomo di fede nel Convento del S.Salvatore, lì tra i faggi che, raccolti in piccole radure, preludono ai fitti boschi della montagna.
Era un profondo conoscitore del mondo antico e la sua mente era avida di nuovi stimoli e di nuove conoscenze.
Era anche una abile penna: i suoi scritti zampillavano di splendide descrizioni e il suo linguaggio era potente in quell’immenso lessico acquisito con zelo nello studio dei classici.

La sua presenza tra le montagne lucane è splendidamente raccolta nel capitolo quarto del suo libro “Sugli uomini e sulle loro follie“.
Nel capitolo “Historiae Castri Piceni“, appunto il quarto, il nostro narra di un giovane piccolo e panciuto dallo sguardo stanco dalla fatica che quasi giornalmente passava con il suo asino carico di legna da ardere.
In un giorno di fine inverno, il cielo era grigio e l’aria non era fredda, Fra Leandro passeggiava assorto nei suoi pensieri e nei suoi ragionamenti, quando la sua attenzione fu catturata dai movimenti del nostro piccolo portatore di legna. Con passi lenti e silenziosi si portò dietro la parete del convento e entrando in un cunicolo nascosto da un cumulo di erbacce scomparve alla vista del frate.
Frate Leandro attese paziente il ritorno del furtivo visitatore.
Non attese molto: il piccolo contadino uscì barcollando inciampando più di una volta sui suoi stessi passi. Finalmente in piedi alzò le mani verso il cielo e si lasciò cadere sull’erba.

Questo insolito comportamento sconvolse Frate Leandro che velocemente si avvicinò al giovane.
Aveva gli occhi spalancati e blaterava strane frasi in uno stato di totale incoscienza..
Pian piano il giovane si tranquillizzò: gli occhi si chiusero dolcemente e gli strani suoni lasciarono spazio al silenzio.
Frate Leandro rimase ad osservare il giovane non tanto per assicurarsi del suo stato, ma per l’incredulità dell’accaduto a cui non riusciva a dare una spiegazione.
“Una illuminazione divina.” Pensò, ma esso stesso non credeva a questi fanatismi. Era attratto dalla logica degli avvenimenti più che dai probabili influssi divini.
Doveva conoscere e capire e così, come un temerario avventuriero, si calò nel cunicolo.
Il buio iniziale fu subito sconfitto da una fioca luce. Il cunicolo era stato ben scavato per non essere troppo arduo da percorrere, l’unico problema era l’acqua che sul fondo bagnava i piedi del nostro frate avventuriero.
Il percorso fu breve. Il cunicolo terminava in una piccola cella di un frate.

Quel piccolo luogo di ricerca spirituale era diventato un laboratorio di un alchimista. Nei suoi viaggi Frate Leandro aveva spesso visitato laboratori ben più grandi e questo sembrava poter sorreggere il confronto non per lo spazio disponibile, ma per il materiale disponibile.
Un uomo alto e magro dal volto rinsecchito e invecchiato dal tempo si accorse dell’inatteso visitatore e fu colto da una esasperata ansietà.
“Non svelate l’esistenza di questo luogo.” Disse inginocchiandosi.
“Alzatevi.” Risposi porgendogli la mano.
“Chi siete ? Non vi ho mai visto in convento.” Era l’ora di conoscere e sapere tutto.
“Sono Fra Calisto, o meglio ero Fra Calisto.” Disse con fare ossequioso.
“Eravate Fra Calisto?” La curiosità si era completamente impadronita di Fra Leandro.
Rassicurato dalla cordialità di Fra Leandro, Fra Calisto cominciò a raccontare la sua storia di frate studioso di scienze e in particolar modo di alchimia. Aveva inizialmente condotto i suoi studi a Napoli per poi girare per vari conventi del meridione. Durante questi soggiorni per una inspiegabile attrazione si dedicò allo studio di erbe che utilizzate in un certo modo erano in grado di dare sollievo dai dolori fisici e mentali, oppure di esaltare le proprie percezioni, oppure di procurare illusioni e visioni fantastiche.

Il soggiorno che segnò la sua vita fu nei pressi di Gesualdo, nell’Irpinia.
Il Principe Carlo Gesualdo da Venosa, di cui Fra Leandro aveva sentito parlare come personalità geniale, eccentrica e di un esasperato fanatismo religioso, aveva invitato Fra Calisto al suo castello: alcuni avevano riferito al principe della presenza di questo frate miracoloso che aveva capacità di acquietare gli animi corrosi da terribili ricordi.
“La mia terribile storia mi tormenta. Sento che devo morire e morrò, ma prima di morire voglio vedere il nostro Signore. Mi dicono che tu puoi farlo.” Disse il Principe.
“Questa è una terribile bestemmia. Noi non possiamo vedere Dio, e Dio che ci vede e ci protegge nella nostra vita.” Rispose Fra Calisto.
“Mi dicono che puoi spegnere i pensieri e far sorridere. Concedimi almeno questo e poi sarò lietò di morire.”
Il viso cupo del Principe convinse Fra Calisto che dopo due settimane di intenso lavoro portò una minuscola ampolla al Principe con del liquido verde scuro.
“Fatene buon uso.”

Il Principe si lasciò morire due mesi più tardi rinchiuso in una stanza del suo castello e erroneamente la colpa della sua morte fu addossata su Fra Calisto. Un servo dalla lingua lunga raccontò dell’incontro e Fra Calisto fu sottoposto a processo.
Fra Calisto venne condannato alla clausura nel Convento di Picerno e la sua stanza fu totalmente murata.
Da allora nessuno ha osato sfondare il muro e entrare in una stanza odorante di morte e così Frate Calisto è riuscito a sopravvivere e con l’aiuto di Beniamino, il giovane contadino, continua i suoi studi.

Fra Leandro fu talmente affascinato della storia che volle conoscere i terribili segreti degli studi di Fra Calisto.
Il frate alchimista gli mostrò una infinita serie di appunti in cui erano raccolti e accuratamente descritti i suoi esperimenti e le sue considerazioni.
“E’ un lavoro immenso.” Disse Fra Leandro.
“E’ suo. Con lei è in buone mani.” Rispose Fra Calisto.
Il nostro frate venosino era ormai travolto dalla gioia come un bimbo. Intanto Fra Calisto gli mostrava il serpillo, una specie di erba molto diffusa in quelle montagne, e poi gli mostrò un ampollina vuota.
“Beniamino l’ha bevuta tutta di nuovo.”
“Cosa c’era ?” rispose Fra Leandro ricordandosi del giovane portatore di legna.
“Un liquido fatto di serpillo e di altre essenze. In piccole dosi è utilissimo per dormire. In grandi dosi ti fa ancora dormire, ma prima di dona un incredibile senso di piacere accompagnato da surreali visioni.”
“E’ stato un giorno splendido. Ora vado altrimenti i fratelli si preoccupano.” Disse Fra Leandro.
“Non sveli il mio segreto.”
“Non si preoccupi. ”
“Le voglio regalare un ampolla. Vi aiuterà a dormire.”
Fra Leandro ringraziò per il regalo e rassicurando Fra Calisto si avviò per il cunicolo.

All’uscita trovò Beniamino ancora dormiente. Fra Leandro sorrise e trovato un grande albero si sdraiò e cominciò a leggere gli appunti di Fra Calisto. Era però molto distratto: l’ampolla lo tentava.
Alla fine la tentazione vinse e così bevve tutto in un sol sorso.
Le sensazioni che seguirono Fra Leandro non le ha mai raccontate a nessuno.
L’unica cosa che sappiamo e che fu trovato a dormire con uno splendido sorriso stampato sul volto.