Senza Filtro A.I.P.M

 “Na cosa è parl 'e morte, n'ata cosa è murì”
 “One thing is talking about death, another thing is to die”

Non sparate sui pianisti

Eh sì sì, impiegato, impiegato. Volevo fare il pianista, sì, il pianista e cosa mi tocca fare? L’impiegato – parola generica, che non significa niente e significa molto. Caro maestro, lei sì che è fortunato; sognavo sale gremite, e poi grandi mani che caratterizzavano il mio essere grande: ancora adesso quando sono seduto al cesso instauro grandi colloqui con Gould, mio amico-rivale, discuto di partiture, di spendidi pianoforti, di Bach.
Quando batto i tasti della mia macchina da scrivere immagino che la tastiera sia di uno Steinway, scrivo muovendo la testa e il foglio che sto inserendo diventa un foglio di partitura di Schumann… Eh sì sì, impiegato, con orario fisso, preciso; colleghi convinti, mariti frustrati, direttori soli, estremamente soli…
Dov’è la mia stanza, il mio pianoforte, dove sono i dischi che ho inciso, dove sono i simboli che fanno di me un esecutore inimitabile, dov’è la mia bacinella per immergere le dita stanche, belle, affusolate, dita di pianista? Dove sono i regali che ho ricevuto dopo i miei trionfi nelle più importanti città del mondo? Dov’è la foto che immortala Pollini inginocchiato scherzosamente davanti a me?

Esco dal cesso, muovendo freneticamente le dita, canto anzi, grido le variazioni Goldberg. A onor del vero credo che la mia migliore interpretazione trovi in Ravel l’apice, il Ravel che da bambino mi teneva sulle ginocchia e mi parlava dolcemente.
Sono ritornato al cesso… E lei parla mai con Proust, con Joyce, no? Dai, non posso credere che lei accetti semplicemente la realtà che la circonda; anche se io non conosco la sua realtà, me la posso immaginare, oso immaginare…

Eh sì sì, impiegato; mentre in auto compio il tragitto casa-ufficio penso di andare in sala di registrazione; in effetti è un pò così, infatti registro, registro e gli altri parlano.
Ha mai sentito un mondo intero chiudersi, inginocchiarsi davanti alla melodia di “Une barque sur l’ocean“, di “Oiseaux triste“, davanti a Satie che si beve un bicchiere di vino rosso e suona una sua gymnopedie?… piango a questa musica, piango con questa musica, piango per questa musica, sì sì, piango e mi ritrovo quello che sono… no, fuggo via, scappo, scivolo, mi rialzo, mi aggrappo alla tastiera della macchina da scrivere, del pianoforte.

E Cechov che dice, cosa le racconta? Nei nostri sogni, o meglio, nelle nostre visioni, si nasconde ciò che siamo realmente, lei è uno scrittore, io non sono un pianista: soccombo, dilato la mente, mi chiudo in un cesso, faccio lunghi colloqui ma resto impiegato, una vita gettata in pasto a fatture, bolle, cambiali, sì sì… volevo fare il pianista, uso “fare” perché “essere” non ci sta. Infatti sono un pianista ma faccio l’impiegato.
E piango, disperato.